Tempasta Gallery: Pain of pleasure

Christa Joo Hyun D’Angelo, Mads Hyldgaard Nielsen, Sally von Rosen
A cura di Domenico de Chirico
Opening: giovedì 27 novembre 2025, ore 18.00
28 novembre 2025 – 6 febbraio 2026
Tempesta Gallery, Foro Buonaparte 68, Milano

Tempesta Gallery presenta Pain of Pleasure, mostra collettiva a cura di Domenico de Chirico che unisce le opere di Christa Joo Hyun D’Angelo, Mads Hyldgaard Nielsen e Sally von Rosen.

La mostra nasce dal paradosso insito nel piacere, inteso non come semplice esperienza gratificante ma come forza ambivalente, capace di generare e distruggere, di unire estasi e sofferenza. Seguendo la logica della jouissance lacaniana — un godimento eccessivo e spesso doloroso — Pain of Pleasure esplora ciò che accade quando il desiderio oltrepassa i confini del simbolico per diventare corpo, materia e perdita.

Come scrive Domenico de Chirico nel testo critico, «Pain of Pleasure non offre catarsi, ma esperienza liminale. Non invita a scegliere tra dolore e piacere, ma a sostare nella loro co-appartenenza, in quel punto in cui l’uno si trasforma nell’altro.»

Nel video The Death Drive – A Love Story, Christa Joo Hyun D’Angelo intreccia cinema, cultura pop e autobiografia per indagare il trauma e la deriva del sentimento amoroso come forma di dominio. Le sue immagini mettono in scena la violenza non come evento, ma come grammatica affettiva, nutrita della stessa ferita da cui nasce l’amore.

Le pitture di Mads Hyldgaard Nielsen, dal respiro barocco e visionario, evocano esplosioni di luce e materia, corpi in tensione che incarnano il confine tra estasi e dolore. Nei suoi lavori, la pittura diventa un’esperienza sensoriale pura, un campo di forze dove l’energia si manifesta e si consuma.

Le sculture di Sally von Rosen, ibride e metamorfiche, uniscono dimensione organica e artificiale, recuperando la vitalità intrinseca della materia. Il corpo, frammentato e in trasformazione, si fa terreno di desiderio e resistenza, evocando la teoria del vital materialism di Jane Bennett e la tradizione del femminismo performativo.

Tra linguaggi differenti — video, pittura e scultura — Pain of Pleasure compone una riflessione sul desiderio come conoscenza incarnata, sulla vulnerabilità come forma di presenza e sulla sensibilità come atto politico.
In un’epoca segnata dall’anestesia affettiva e dalla virtualizzazione dei corpi, la mostra invita a ripensare il piacere e il dolore come esperienze vitali, complementari, irriducibili.

PAIN OF PLEASURE

Testo critico di Domenico de Chirico

Nel pensiero occidentale, il piacere è da sempre concepito come un’esperienza positiva, compensativa, talvolta addomesticata, capace di offrire una breve tregua dal senso di vuoto. Tuttavia, ogni volta che il piacere si afferma, dischiude anche la propria negazione. Non vi è piacere senza rischio, eccesso, esposizione o lussazione, né tantomeno senza l’ombra di una ferita.

Peraltro, Georges Bataille amava definirlo una trasgressione dell’essere: uno slancio verso l’esterno, una rottura dei confini che custodiscono il soggetto nella sua forma solo apparentemente stabile, là dove l’io nudo si disgiunge dall’ego cogito. Così, nella sua dimensione più estrema di libertà, il piacere diventa esperienza dell’oltre, una soglia in cui l’individuo si confronta con la propria essenza e, concomitantemente, con la propria dissoluzione.

D’altro canto, se per Bataille il piacere è slancio ed eccesso, per Roland Barthes — in riferimento al suo saggio Frammenti di un discorso amoroso — esso si rovescia nella sua ombra: diventa linguaggio dell’assenza. Qui, ogni atto d’amore frantuma l’io: lo afferma e, allo stesso tempo, lo dissolve, lasciando l’immagine all’immaginario, come se si amasse più l’amore che l’amato. Così, il piacere si mostra paradossale: una forza vitale che porta con sé l’ombra della morte e una conoscenza che emerge solo nel momento in cui si consuma.

La mostra Pain of Pleasure nasce proprio da questa ambiguità strutturale. Il titolo suggerisce un cortocircuito tra due esperienze apparentemente opposte ma coessenziali: estasi e sofferenza, abbandono e resistenza, amore e violenza. Seguendo la logica della jouissance — il “godimento” lacaniano, un concetto che va oltre il principio di piacere e

rappresenta un godimento eccessivo, spesso doloroso, situato al di là della semplice soddisfazione — la mostra esplora ciò che accade quando il desiderio smette di essere simbolico e diventa corporeo, materico e inassimilabile.

Il desiderio emerge come energia impersonale e incandescente, capace di attraversare i corpi e trasformarli in campi di alta intensità. Ma ogni intensità comporta una caduta, laddove l’energia si esaurisce e si converte in perdita. È in questo continuo scambio tra potenza e rovina, tra Eros e Thanatos, che Pain of Pleasure trova il suo ritmo interno più cadenzato.

Le opere di Christa Joo Hyun D’Angelo, Mads Hyldgaard Nielsen e Sally von Rosen si inseriscono in questa dialettica: il desiderio come forza trasgressiva e al contempo principio estetico e politico. Non si limitano a rappresentare piacere o dolore, ma li incarnano come stati di tensione, offrendo modalità conoscitive altre, eppure tangibili, di una realtà che si fa via via sempre più complessa.

Nel video The Death Drive – A Love Story, Christa Joo Hyun D’Angelo esplora la topologia del trauma e la deriva del sentimento amoroso come forma di dominio. Il titolo stesso, evocando la pulsione di morte freudiana, inscrive il lavoro in una logica di ripetizione distruttiva, in cui il desiderio sembra tendere all’annientamento più che alla vita. La costruzione visiva intreccia cinema, cultura pop e testimonianza: attraverso l’alternanza di bianco e nero e colori saturi, suoni, dialoghi e monologhi, D’Angelo mette in opera un dispositivo di montaggio psichico, una narrazione stratificata che indaga il trauma familiare e la sua inevitabile trasmissione intergenerazionale.

Prendendo spunto dalla storia di Rosetta, protagonista del film omonimo di Jean-Pierre e Luc Dardenne, divisa tra infanzia e maternità, e dai film altrettanto drammatici Ingannevole è il cuore più di ogni cosa di Asia Argento e Il ladro di bambini di Gianni Amelio, segnati da abusi e disagi, il lavoro si sviluppa come una parabola della società contemporanea. A questa genealogia si aggiunge il caso deifratelli Erik e Lyle Menendez, che uccisero i propri genitori dopo anni di abusi sessuali, fisici ed emotivi subiti dal padre. Qui, l’amore si trasforma in linguaggio e in arma: un luogo di desiderio distorto e di punizione inevitabile.

Invece, il neon PLAY WITH ME — citazione pop e mantra segnatamente perverso — mette in luce l’ambiguità di un erotismo mediatico che confonde seduzione e sottomissione, potere e vulnerabilità. Il lavoro di D’Angelo, in definitiva, non rappresenta la violenza, ma la mette in scena come una grammatica affettiva che si radica tentacolarmente nell’amore, nutrendosi della sua stessa ferita.

Forgiata di luci e ombre del passato, dal respiro seicentesco, la pittura di Mads Hyldgaard Nielsen si configura come ricerca del sublime attraverso la materia. I suoi dipinti, costruiti secondo un impianto sinfonico, agiscono come movimenti musicali: tempi interni di tensione e rilascio. Nuvole di fumo, esplosioni e bagliori, tra superfici dorate e magmi incandescenti, emergono come fenomeni di energia e disintegrazione, evocando un linguaggio pittorico che non descrive, ma accade. In questa dimensione performativa — che richiama La logica della sensazione di Gilles Deleuze, incentrata su Francis Bacon — il corpo, talvolta umano, talvolta statuario, mai oggettivato, diventa vibrazione e campo di forze contrapposte, trovando compimento in una «logica della sensazione».

In particolare, nel dipinto VI MVMNT Finale, la figura contorta e luminosa incarna il limite tra estasi e dolore, impulso vitale e abbandono: un grido silenzioso, una tensione lirico-erotica che non si risolve, ma persiste nella materia stessa del colore, densa e tenebrista.

Dal canto loro, le due sculture di Sally von Rosen, Tristo e Rosemary, radicalizzano questa prospettiva, sospingendo il desiderio sul terreno della materia viva. Forme ibride e metamorfiche — insieme organiche e artificiali, arcaiche e post-umane — mostrano un interesse per la vitalità intrinseca della materia, in linea con la teoria del Vital Materialism di Jane Bennett, filosofa statunitense nota per il suo contributo alla teoria politica contemporanea, secondo cui tutti gli enti, umani e non, inclusa la materia inorganica, sono composti da “materia vibrante”. In queste opere, il corpo non conosce chiusura e si mostra

in continuo divenire. La frammentazione anatomica e la tensione erotica si inseriscono in una genealogia che unisce il surrealismo corporeo dell’artista tedesco Hans Bellmer e la psicoanalisi lacaniana del corps morcelé, ovvero una soggettività incompleta, smembrata e alienata, percepita come frammentata più che come unità coerente. Il corpo diventa così luogo di scissione e desiderio, organismo in costante ridefinizione. Inoltre, von Rosen recupera e trasforma la dimensione rituale e performativa del femminismo degli anni Settanta, restituendo al corpo — e alla sua materia — un potere politico diretto, fatto di fragilità, esposizione e metamorfosi.

In questo intreccio eterogeneo di poetiche rigorose, liriche e impavide, Pain of Pleasure si configura come riflessione sul desiderio come forma di conoscenza che passa attraverso il corpo e la sua crisi. Le opere dei tre artisti, pur muovendosi su registri diversi — rispettivamente narrativo, pittorico, scultoreo — condividono la volontà di esplorare la soglia in cui l’identità si lussa, la coscienza cede alla materia e la materia diventa linguaggio compiuto. Mettono in scena un corpo che si espone per riconoscersi, che si ferisce per sentirsi vivo, pur confrontandosi anche con l’orrore che talvolta abita l’esperienza umana.

Sotto i riflettori di un proscenio segnato dall’anestesia affettiva e dalla crescente virtualizzazione dei corpi — tra anaffettività e possesso, saturazione e alessitimia — Pain of Pleasure propone una riflessione radicale sulla sensibilità come forma di resistenza. Piacere e dolore, nella loro interdipendenza, si configurano come pratiche di conoscenza e di presenza: esperienze che restituiscono all’arte la sua funzione originaria, incarnando nel sensibile l’unità indissolubile tra valore estetico e slancio vitale. Difatti, come ricordava Jean-Luc Nancy, “l’essere è sempre essere-con”: essere nel contatto, nella ferita, nellavibrazione condivisa del mondo.

Pertanto, Pain of Pleasure non offre catarsi, ma esperienza liminale. Non invita a scegliere tra dolore e piacere, ma a sostare nella loro co-appartenenza, in quel punto in cui l’uno si trasforma nell’altro. Lì, quando la pelle arde e la materia viva e cosciente respira, l’arte torna a essere ciò che è sempre stata: un atto di esistenza, fragile, acuto e pienamente vivo.

Così, in un’epoca in cui il piacere è spesso ridotto a consumo e il dolore a spettacolo, le opere di Christa Joo Hyun D’Angelo, Mads Hyldgaard Nielsen e Sally von Rosen restituiscono la loro dimensione originaria: esperienze estreme e vitali, capaci di ridare alla sensibilità la sua complessità, la sua oscurità, la sua profondità.

Tempesta Gallery
Foro Buonaparte 68, Milano
info@tempestagallery.com | www.tempestagallery.com
Orari: mar–ven 15.00–19.00

Gli altri eventi Tempesta Gallery:

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